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CULTURA

Squarci di Palestina ospite della libreria Sa Mata di Assemini

Intervista con Olimpia Regina

Redazione
lunedì 1 maggio 2017 18:44

di Veronica Matta

È più facile ascoltare una storia vera da parte di chi l'ha vissuta, piuttosto che andare a studiare lo status giuridico, politico e istituzionale della Palestina storica, al giorno d'oggi tutt'ora controverso e aperto da circa sessant'anni. "Squarci di Palestina" non è un saggio ma un libro semplice che narra gli anni vissuti in quella terra che l'autrice chiama affettuosamente "la terra dei fichi d'india". "Squarci di Palestina" è stata un'occasione per poter riflettere innanzitutto sui limiti della nostra comprensione verso due popoli in conflitto che non trovano la pace.

A ritrovarsi nelle pagine di Olimpia Regina è il nipote Saber, farmacista che da vent'anni vive e lavora ad Assemini, grazie al quale scorriamo le pagine del libro, superando pregiudizi e restituendo temporalità ai fatti narrati fino ai nostri giorni. Saber ha 14 anni quando Olimpia (allora sposata con un suo zio) si trova nella sua terra nativa e ha la possibilità di descrivere la Palestina della sua adolescenza, quella degli anni '80, per certi versi - migliore rispetto ad oggi - . "Squarci di Palestina" dalla lettura celere, è un libro che apre attuali riflessioni, oltre i confini letterari, su quelli politici e storici. .Un libro nel quale - dichiara Saber - ritrovo la mia gente, la bellezza insieme alle contraddizioni della mia terra.

Per chi ha scritto questo libro?

Il libro ha una duplice funzione: far conoscere la situazione palestinese (uno squarcio) e, contemporaneamente, la bellezza della Palestina (altro squarcio). Entrambi gli aspetti sono, in genere, poco conosciuti o conosciuti in modo distorto: me ne sono resa conto dalle domande, a volte persino bizzarre che mi venivano rivolte. Spero che i miei scritti, volutamente semplici e comprensibili, saranno utili a chi volesse avere una visione chiara e completa della Palestina. D'altro canto, come scrivo nella premessa, sentivo di doverlo a tutte le persone che mi hanno aiutata e arricchita negli anni del mio soggiorno palestinese. Non è stato facile, all'inizio: si sentiva lo "stridore" di due culture diverse; io ero giovane, impetuosa e femminista, di idee abbastanza rigide. Ho faticato un po' a capire il loro modo di pensare e, sicuramente, anche loro il mio. Sono stati determinanti: il mio senso di appartenenza, seppure in minima parte, a quella terra; la mia formazione culturale (ho studiato sociologia); il loro calore umano che mi faceva sentire accolta e protetta (a volte, un po' troppo!); i nostri contatti, all'inizio quasi quotidiani.

È da anni che al mondo si racconta la drammatica realtà della condizione del popolo palestinese, oppresso, ghettizzato e scacciato. Recentemente il parlamento israeliano ha varato una legge che punisce con pene fino a venti anni di prigione i palestinesi che lanciano pietre, generalmente dei minori. E' stata inoltre approvata, un anno fa, anche un'altra legge, che consente l'arresto di bambini palestinesi che abbiano compiuto i 12 anni, se riconosciuti colpevoli di violenze con "motivazioni nazionalistiche". Quante pagine di violenza sul popolo palestinese dovremo ancora scrivere? Quante sull'imbecillità umana?

L'anno scorso l'uscita del mio libro ha coinciso con l'approvazione da parte della Knesset (parlamento israeliano) della cosiddetta "legge sui giovani" che permette l'arresto di bambini palestinesi di 12 anni, in evidente contrapposizione con i diritti universali del fanciullo. Ed io mi sono detta, con amara ironia :-"Loro" sono nella legalità! Possono incarcerare bimbi in base a una loro legge. Credo che si sia raggiunto il punto più critico del conflitto israelo- palestinese: l'infanzia dovrebbe essere universalmente intoccabile, per diritto naturale e perché rappresenta il futuro. Ma quale futuro possono aspettarsi ragazzi umiliati e segnati per sempre nel corpo e nello spirito? I richiami costanti dei versi poetici degli autori arabi e israeliani o di altre nazionalità scelti dall'autrice, intrisi di nostalgia e di bellezza (l'arrivo al villaggio, l'odore del pane appena cotto, la spontaneità dei bambini, la complicità e l'amicizia tra donne) esprimono il dolore per la consuetudine alla violenza, alla distruzione e alla morte generate dalle guerre. Sono poesie che sviluppano sensazioni inerenti al conflitto, alla quotidiana convivenza con i morti e con i feriti, giorno e notte a contatto con la violenza e con l'odio. Una consuetudine con la tragedia che induce ad una riflessone sull'umanità/disumanità della situazione narrata nel libro. Una persona che ha letto il mio libro, così si esprime: "Fantastica è la descrizione di una tragedia con lo sguardo alla vita quotidiana, alle difficoltà, ai rapporti. Non è cruento, ma colpisce al cuore." Ho volutamente utilizzato la poesia sia per esprimere, come solo la poesia può fare dalla notte dei tempi, la sofferenza sia per "alleggerire" con i versi poetici, situazioni dolorose. Come recita Darwish, "la poesia è sangue del mio cuore vivo". Mi rammarico di non aver citato altri poeti, palestinesi e non, che hanno dato il loro contributo, ma spero di aver generato tanta curiosità e interesse nei miei lettori da documentarsi autonomamente. La letteratura palestinese è vasta (poesia, prosa, teatro, fumetti) e avrebbe meritato ben altro spazio. Ma, come già detto, con questo libro ho voluto aprire uno squarcio per sbirciare quel mondo. Auguro ai lettori di scoprirlo seguendo le loro curiosità, dopo la lettura del libro.

Come ha realmente vissuto il suo stato di donna durante la sua vita in Palestina con tutte le preclusioni che l'Islam prevede per le donne e che lei stessa richiama nel suo libro. È stato un elemento fondamentale per la sua separazione?

Fadwa Tuqan dice che "quando il tetto della Palestina crollò, cadde il velo dal volto delle donna di Nablus", intendendo con ciò che la condizione della donna migliorò, seppure lievemente: la stessa poetessa riuscirà a studiare e laurearsi. In realtà, l'occupazione militare ha portato le persone, e le donne in particolare, a rifugiarsi ancora di più nella religione sia per provare un senso di appartenenza sia per contrapporsi all'occupante. Le donne pagano un prezzo molto alto in sofferenza e disagi quotidiani; perdono i figli, come racconto nel libro; e quale esperienza più dolorosa per una madre? Sono, inoltre, sottoposte agli uomini per dettami religiosi, ma anche per condizioni economiche arretrate. E loro ne sono consapevoli! Da qui, la curiosità di conoscere un altro modo di vivere. L'occidente è visto in duplice veste: portatore di mali perché privo di senso di religiosità ma anche mondo libero dove tutto è possibile, come racconto nel libro. Certo, ci sono stati piccoli cambiamenti, soprattutto nelle città dove le donne studiano e lavorano, ma nei villaggi la vita essenziale è immutabile. Voglio dire: usufruiscono delle nuove tecnologie, hanno automobili, PC, telefonini ma i dettami religiosi e le usanze (soprattutto) scandiscono la loro vita quotidiana. Non è stato facile per me trovare un compromesso tra il mio modo di pensare e vivere e il loro; non volevo urtare la loro sensibilità ma neanche rinunciare a me stessa. Mi capitava di essere osservata perché viaggiavo in macchina da sola o perché indossavo abiti corti e senza maniche; certo, vivendo lì, non ho mai esagerato in questo; del resto, non lo faccio neanche nella mia terra. Devo dire che il mio allora marito mi ha sempre incoraggiata a vivere come ritenevo giusto, né mi ha imposto alcun limite in quanto donna. Lui stesso cercava di far capire alla gente che era necessaria un'apertura mentale e spingeva le ragazze quasi a ribellarsi ad alcune tradizioni imposte di generazione in generazione, ad esempio, quella di sposarsi giovanissime. La comunicazione è stata importante, in questo senso, e anche il mio desiderio di imparare un po' la loro lingua. Quando si va oltre l'apparenza, l'involucro perde importanza e restano i pensieri, gli atteggiamenti e tutto ciò che si ha dentro. In una separazione entrano in gioco più fattori; certo, le pratiche religiose intraprese all'improvviso dal mio ex marito hanno avuto una parte importante, soprattutto perché io non riuscivo a spiegarmi, e quindi ad accettare, il cambiamento in una persona, credente sì, ma che non aveva mai seguito i riti religiosi neanche durante i nostri anni in Palestina, anzi li contestava come atteggiamenti sociali vuoti di significato. Nonostante questo evento personale e la sua conseguenza, cioè non essere più andata lì, l'attaccamento per la terra e la gente di Palestina non è mai venuto meno: travalica qualunque situazione e resta un parte importante del mio essere.

Cosa pensa dei coloni? Lei crede che gli americani potranno agevolare il processo di pace tra israeliani e palestinesi? I cicli di guerra e pace sono continui. Spesso di sente dire che è "colpa di tutti e due" se il conflitto ancora persiste, è vero?

Cosa penso dei coloni lo spiego attraverso la storia di Giuhà che è veramente significativa. Il vero ostacolo alla pace sono gli insediamenti che, purtroppo, continuano ad essere messi in atto. Come si fa a costituire uno Stato senza territorio? E' uno degli elementi fondanti- A proposito dei coloni, notoriamente aggressivi e violenti (vedere i vari episodi del recente passato), mi ha colpito tristemente la notizia di qualche giorno fa che riportava l'episodio di alcuni di loro che hanno organizzato un barbecue in prossimità del carcere di Ramallah nel quale i prigionieri palestinesi erano da giorni in sciopero della fame. A questo punto, che dire di una possibile pace? Gli insediamenti non sono stati smantellati, nonostante le risoluzioni ONU e altri ne vengono progettati. Per quanto riguarda le colpe di entrambi i popoli, esistono frange violente nella resistenza palestinese e vanno condannate fermamente, ma chiedo: cosa devono fare i palestinesi? Soccombere? Rassegnarsi? O continuare a morire di generazione in generazione? Il poeta Zayyad dice che loro, i palestinesi, resteranno nella loro terra, a costo di riempire le strade di manifestanti e le prigioni di giovani. Come biasimarli? Mandela diceva "Sottomettersi o lottare", è l'unica alternativa dignitosa possibile.

 
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