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SPORT

'Io, il cavaliere dei quattro mori', Fabio Aru si racconta

Il famoso ciclista racconta in questo articolo la su Sardegna e come è diventato un campione.

Redazione
domenica 27 dicembre 2015 09:56

Il Coni ha consegnato nei giorni scorsi a Fabio Aru, il
Il Coni ha consegnato nei giorni scorsi a Fabio Aru, il "Collare d'Oro 2015"

di Fabio Aru

"E' là che sono nato e là che son diventato uomo [.] Anche ora, se vado là, io mi sento forte, intelligente, anzi onnisciente. [.] ?E perciò sono geloso della mia terra, della mia Isola" tratto da "La mia piccola Patria" di Giuseppe Dessì, 1961.

Così un noto scrittore cagliaritano vissuto per lungo tempo a Villacidro, descriveva l'angolo di Sardegna in cui sono nato e cresciuto, in una delle opere del cofanetto che il consiglio comunale di Villacidro mi donò qualche anno fa nel conferirmi un riconoscimento speciale per meriti sportivi e così mi piace introdurre la mia vita, a chi ora mi conosce soltanto come Fabio Aru, ciclista professionista. Sono nato il 3 luglio del 1990 a San Gavino Monreale, nella calda estate dei Mondiali di Calcio in Italia e come per la maggior parte dei miei coetanei, nella mia infanzia e adolescenza non sono mancati i calci tirati al pallone. Il primo sport che ho praticato è stato però il tennis, di cui mio padre era appassionato. Avevo sei anni e con la racchetta, devo dire, non ero niente male. Bimbo introverso e caparbio, trovavo nell'attività sportiva la mia dimensione ideale. A quattordici anni entrai a far parte della squadra Villacidro Calcio, ricordo che mi piaceva stare in attacco. Naturalmente, da bambino possedevo anche una bicicletta. Ho avuto sia la bmx, sia bici da passeggio. Era divertente andarci, tuttavia, ci sarebbe voluto ancora qualche anno, prima che questo sport diventasse la mia vita. I miei genitori Alessandro e Antonella hanno sempre assecondato la mia spiccata attitudine sportiva, senza pressioni. Tennista, calciatore o ciclista, bastava mi divertissi e forse già sapevano che avrei da solo trovato la strada giusta.

Durante gli anni del Liceo - mi sono diplomato al Classico "E. Piga" di Villacidro - uscivo spesso in bici con papà. Le nostre escursioni in sella alla mountain bike, ci portavano lungo i sentieri delle montagne intorno alla città. Ricordo bene la fatica delle salite, che inizialmente mi faceva tutt'altro che piacere questo sport. Non posso dire fosse odio, quel che è certo è che si trasformò ben presto in amore. Con qualche risparmio e l'appoggio dei miei genitori mi comprai una bicicletta come si deve ed entrai a far parte di una squadra MTB, la società villacidrese "ASD Piscina Irgas 3C". Fu la prima tessera agonistica della mia carriera. Negli anni successivi iniziai a dedicarmi alla mountain bike e al ciclocross in modo intenso. Ci mettevo passione e impegno. Sono stato riserva ai Mondiali MTB in Val di Sole e da Juniores ho corso Campionati Nazionali, vestendo con orgoglio anche la maglia Azzurra agli Europei e nel 2008 ai Mondiali di Treviso di Ciclocross. In quel periodo, già cominciavo a dover lasciare spesso la Sardegna per poter correre. Iniziarono i primi sacrifici, sia per me sia per i miei genitori e mio fratello Matteo, di sei anni più piccolo. Ricordo per esempio che organizzavano le loro vacanze per sostenermi alle corse. Di grande supporto per noi Andrea Cevenini e la sua famiglia, di Bologna, che mi accompagnava e dava assistenza alle gare. Se a scuola puntavo a "salvarmi" per il ciclismo sentivo invece di voler ottenere il massimo. Avevo già compiuto i 18 anni quando ho iniziato ad andare anche su strada. Con una rappresentativa che riuniva Sardegna e altre regioni dell'Italia del sud, partecipammo al Giro di Lunigiana e fu lì che il Ds di un'importante squadra Under 23 mi notò. Locatelli del Team Palazzago, rimase colpito dalla mia prestazione in quella che per me era una delle prime corse non nel fango. Si informò, ma gli dissero di lasciar perdere , che del ciclismo su strada non ne volevo neanche sapere. Si fece lasciare il mio contatto telefonico, ma fatalità, l'ultimo numero era errato e per mesi provò a cercarmi senza fortuna. Verso la fine di ottobre del 2009, ai limiti della possibilità per un passaggio di squadra, ecco arrivare la telefonata che mi ha cambiato la vita. Tramite Stefano Usai, un professionista sardo, Locatelli era riuscito finalmente a mettersi in contatto con me. Mi propose di correre per loro, ma per farlo, c'era una condizione essenziale: andare via da casa e trasferirmi a Bergamo. Due giorni dopo la Maturità, mi ritrovai a preparare una valigia, piena di sogni, speranze e un pizzico di malinconia. Al di fuori della mia isola, mi attendeva una nuova vita. Senza Villacidro, la mia famiglia, la casa dei nonni, mio rifugio persino all'intervallo al Liceo, gli amici. Senza ogni mio punto di riferimento. Tutto questo, per amore del ciclismo.

Contenti di questa opportunità, i miei genitori erano fieri della mia indipendenza. Io soffrivo invece la lontananza dagli affetti e dalla mia terra. A volte, pensavo di rinunciare a tutto. Dire addio al ciclismo e tornare in Sardegna. Riuscii a tenere duro e a non lasciare che questa difficoltà iniziale, potesse impedirmi di svolgere al meglio il mio impegno come ciclista, che ormai stava diventando a tutti gli effetti una professione. Come un cavaliere ho combattuto: gli intensi allenamenti di ogni giorno e le corse erano le mie battaglie. Il mio vessillo, i quattro mori. Talento, passione e orgoglio le mie armi. Ogni sforzo, venne così ripagato da gratificanti successi. Nel 2011 vinsi il Giro della Valle d'Aosta, dove riuscì a ripetermi l'anno successivo. Nel 2012 da U23 conquistai anche la Coppa delle Nazioni e sfiorai la vittoria finale al Giro Bio. Imprese che mi valsero l'ambito trofeo: il passaggio nel mondo dei professionisti. Dal 1 agosto 2012 io, Cavaliere dei quattro mori, approdo alla corte dell'Astana Pro Team. Il debutto in corsa, avvenne il 20 agosto al Tour of Colorado, dove nella sesta tappa mi piazzai secondo. La prima stagione vissuta interamente da professionista fu il 2013. Nel mio programma, subito il Giro d'Italia che avrei dovuto correre in appoggio a Vincenzo Nibali. Prima di condividere con lui il trionfo nella Corsa Rosa, mi tolsi la soddisfazione di vestire la maglia di miglior giovane al Giro del Trentino, dove conclusi al quarto posto. Non arrivarono vittorie, ma per quelle, l'attesa non fu lunga.Il 2014 è stato per me un anno fantastico. Il mio primo successo da professionista è stato memorabile: al Giro d'Italia, a Plan di Monte Campione, in una delle tappe più impegnative. Seguì un secondo posto nella cronoscalata del Grappa, alle spalle di Quintana, vincitore di quell'edizione, sul cui podio c'ero anch'io, terzo in classifica generale. Il mio nome iniziava a non essere più uno tra i tanti per il popolo del grande ciclismo, che in quella stessa stagione ho potuto deliziare con altre due perle. Entrambe in un altro Grande Giro, la Vuelta a Espana. In corsa quasi tutti i big del ciclismo internazionale, come il vincitore Contador, mio idolo. Per me, oltre alle vittorie, la soddisfazione di essere tra i migliori cinque di quell'edizione. La stagione si concluse con un quarto posto alla Milano-Torino e un nono al Lombardia. In mezzo la maglia Azzurra a Ponferrada, la prima per me da professionista su strada. Il 2015 è storia di oggi, da rivivere nelle pagine del mio sito web www.fabioaru.it , che raccontano l'attualità e le avventure di Fabio Aru, il Cavaliere dei 4 mori.